La violenza contro le donne: come si manifesta

La violenza contro le donne: come si manifesta

I maltrattamenti contro le donne hanno luogo quasi sempre all’interno delle mura domestiche e gli aggressori più probabili sono il partner, un ex partner o altri uomini conosciuti.
La violenza si presenta in varie forme non sempre facilmente identificabili: i maltrattamenti non sono solo fisici o sessuali, ma anche psicologici ed economici.
La violenza si sviluppa in modo graduale, quasi sempre crescente e ciclico.
Gli episodi violenti crescono di intensità nella vita quotidiana fino allo scoppio della tensione, a cui segue un periodo di calma fino all’episodio seguente: minacce, aggressioni verbali, umiliazioni, percosse, omicidio.
Dopo l’episodio di violenza il maltrattante quasi sempre si calma e vuol «farsi perdonare» giurando che non succederà più, ma non sarà così.

 

La speranza che il partner cambi, che tutto «torni come prima», è spesso la ragione principale che tiene per anni le donne vittime di maltrattamenti al fianco del partner violento.

La donna che subisce maltrattamenti spesso fatica a riconoscere che ciò che sta vivendo è violenza. Tenderà a minimizzare, sentirsi in colpa e nascondere ciò che le sta accadendo vivendo in uno stato d’ansia e profondo disagio psicologico.

La violenza contro le donne rappresenta una delle principali cause di morte delle donne in tutto il mondo senza distinzione d’età, livello d’istruzione o classe sociale.
In Italia ogni tre giorni viene uccisa una donna per mano del proprio partner attuale o ex.

 

In Lombardia, tra il 2015 e il 2016 (fonte: Rapporto annuale Osservatorio regionale antiviolenza 2016) 9.561 donne, passando da 4.317 nel 2015 a 5.244 nel 2016 donne si sono rivolte a un centro o a un servizio antiviolenza.

Quasi 4000 le donne che si sono rivolte ad un centro antiviolenza nel primo semestre 2017 segno di un’emersione crescente del fenomeno che va di pari passo con la crescente fiducia nei servizi attivi sul territorio e del lavoro di sensibilizzazione e informazione che viene fatto capillarmente da parte dei centri antiviolenza e dei altri soggetti istituzionali coinvolti (Pronto soccorsi, Forze dell’ordine, assistenti sociali etc.)

Dal rapporto annuale 2016 emerge una fotografia che conferma la trasversalità del fenomeno

La crescita registrata nel 2016 ha riguardato sia le italiane che le straniere, il 60% è di cittadinanza italiana, il 5, 7% appartenente a altri paesi UE e il restante 34,3% proviene da paesi extra-UE

Ai Centri antiviolenza si rivolgono soprattutto donne adulte: l’età media è di circa 40 anni, più della metà delle donne di cui si conosce l’età ha tra i 35 e i 54 anni. Seguono le giovani donne tra i 18 e i 34 anni che sono poco più di un terzo delle donne prese in carico. Nel 2016 cresce purtroppo anche l’incidenza delle giovani donne tra i 18 e i 24 anni che si rivolgono ai CAV in cerca di un supporto ad uscire dalla condizione di violenza, l’11% del campione.

Le donne che si rivolgono ai Centri antiviolenza sono soprattutto donne adulte (più della metà ha tra i 35 e i 54 anni e l’età media è di circa 40 anni), coniugate (circa 43%), con figli/figlie, spesso minorenni (il 61% di chi ha figli).

Un terzo delle donne che si è rivolta ai centri antiviolenza ha un diploma secondario e le donne laureate sono intorno al 17%, d’ altro canto nel 2016, aumenta anche l’incidenza delle donne con solo la scuola primaria.

La condizione occupazionale delle donne, mostra che il 41% non ha verosimilmente un proprio reddito da lavoro o non ha un reddito tale da garantire una sufficiente autonomia dal punto di vista economico, un dato importante nell’ottica di un percorso di sostegno all’uscita dalla violenza, è la possibilità delle donne che intraprendono questo percorso è quello di poter essere autonome economicamente rispetto al proprio partner o alla famiglia di origine, anche perché spesso all’interno della relazione violenta l’accesso all’autonomia economica è stato precluso dal partner (violenza economica)

Nei due terzi dei casi sono le stesse donne a effettuare il primo contatto con il Centro antiviolenza anche solo per ottenere inizialmente informazioni generiche. Nei restanti casi sono le donne che contattano i Centri sono, in misura crescente, messe in contatto con il CAV dagli altri servizi territoriali o informate rispetto ai servizi attivi dalla rete dei servizi territoriali.

In particolare cresce la quota di donne che si sono rivolte inizialmente ad altri servizi Forze dell’ordine (Carabinieri e Pubblica Sicurezza) indicati dal 35,5% delle donne, assistenti sociali comunali (21,8% nel 2016), o servizi sanitari (15%), un dato incoraggiante rispetto la crescente professionalizzazione di questi servizi rispetto la capacità di riconoscere la violenza di genere come tale, ascoltare le donne e accompagnarle verso un percorso di fuoriuscita dalla violenza in collaborazione con i centri antiviolenza.

04/04/2018